GrassoAldo StoriadellaTelevisioneitaliana.I50annidellatelevisione.pdf


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Lascio al lettore la facilissima risposta. Il secondo articolo in
questione apparve su «Il punto», il non dimenticato settimanale
diretto da Vittorio Calef. L'aveva scritto Pier Emilio Gennarini, un
uomo 48 che era appena entrato nella appena nata televisione di
Stato, e vi sarebbe rimasto in posizione di comando - a formarla, a
dirigerla, a caratterizzarla - per i successivi venticinque anni.
Pier Emilio Gennarini - uomo estremamente intelligente e colto,
fervidamente cattolico - aveva capito subito che cosa la televisione
poteva essere, che cosa poteva fare. Non doveva, non poteva nemmeno
diventare una cattedra o un pulpito. Doveva unificare il Paese.
Doveva entrare in comunicazione con quel fondo di idee, di umori, di
giudizi e di pregiudizi comuni ai quali nessuno sapeva dar voce.
Doveva svolgere - a beneficio dell'Italia sommersa - un compito di
intrattenimento e di coesione sociale. Anche qui: non è forse andata
così, non è questo che accadde? Il nostro Paese si ritrovò riunito
intorno a Lascia o raddoppia?, al Canzoniere, a Canzonissima. C'è chi
sostiene (anche in sedi scientifiche autorevolissime) che questa è la
natura vera, intima della televisione. Che essa deve fatalmente
cercare un collante, un minimo denominatore comune
nell'intrattenimento facile. Che altro può fare? Che quiz, canzoni,
concorsi a premi sono i suoi punti di forza. Non so se sia vero. So
che il nostro popolo, così vivace, indipendente, individualista,
eccetera, stette al gioco. Le famiglie si riunirono la sera intorno
all'apparecchio televisivo come si erano riunite prima intorno al
rosario. Forse per cercarvi le stesse cose. Qualche santo a cui
votarsi - o con cui identificarsi - per avere un po' di fortuna. Un