Un ranocchio in fondo alla gola.pdf


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E poi si girò verso mio padre, per parlare di altre cose.
Mentre io, L'artista, chiusi l'agenda e conclusi che le grandi persone non capivano
nulla delle storie delle matite colorate, né il loro essere misteriose.
La nostra casa era grande e bella e mi sentivo dire che avevo fortuna. E lì, ancora, si
spettavano che avessi bene il sentimento del privilegio del quale profittavo. E la mia
ingratitudine, secondo loro, era che non sapevo cosa rispondere e non facevo nulla
per contentarmi di quello che possedevo. Mentre, nel mondo, cerano bimbi che non
avevano quello che avevo io e che non piangevano per mettere il loro corsetto. Io lo
detestavo. Quell’arnese, non certo per colpa della sua armatura di ferro, un corsetto
concepito medicalmente e venduto a generazioni di genitori preoccupati del
mantenimento dei corpi dei loro figli, ma perché era color rosa, di quei colori
aggressivi e con delle punte argentate e dei bottoni per attaccarvi le mutandine, che
non tenevano mai. Tutte le mattine che Dio comandava, nonna mi posizionava
davanti ai fornelli, per non farmi prendere freddo e per potermi vestire con comodo,
che voleva dire, al suo ritmo: il corsetto sopra la camicetta, le mutandine sul corsetto,
la gonna a bretelle, sui bottoni del corsetto e poi, per finire, il grembiule. Io mi
sentivo tranquilla solo quando, tutto quel popò di corsetto, spariva sotto al mio
candido grembiulino, a condizione che la cordella rosa della mia corazza non se ne
scappasse tra le mie piccole cosce d'anatroccolo zoppo, facendomi apparire un
animaletto con la coda. Finito quel supplizio della vestizione, bisognava sorbire il
cioccolato al latte, come tutti i bambini: impossibile di credere che fosse così, perché
non avevo ancora visto bambini con quel liquido marrone davanti a loro e una tartina
di pane col burro salato, che solo a vederla, mi faceva venire la voglia d'essere un
animaletto piccolo, al quale si danno delle zuppe di cereali.
- Come è difficile questa bambina, diceva mamma che poi aggiungeva:
- per fortuna che è ubbidiente.
Così catalogata, scappavo nel giardino:
-Vai a vedere le galline, cerca la tartaruga! Ed io lo facevo pulitamente, come una
bambina perbene.
- Non toccare il cane, ha i vermi.
Nuovamente? Bisognava stargli lontano e diffidar di lui. L'avevo visto mangiare,
dalla latta della spazzatura, un grosso cataplasma. Forse era per quello che il cane
puzzava da morire. Ma mamma diceva:
-Non fa nulla! Tanto, il cane, a mio marito serve solo per la caccia.
Nella nostra famiglia, la caccia aveva una grande importanza, tanto da invadere la
mia piccola esistenza. La prima cosa strabiliante era la maniera astrusa, con la quale
si vestiva papà per andare a caccia: un vecchio cappello, un carniere e un paio di
scarponi, ai quali rompeva i lacci, ogni qualvolta che era in ritardo. La sera, dopo una
giornata a cacciare, riportava a casa i suoi passi che sapevano di forti odori di peli
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